di Fausto Morrone
Tutto ciò che mira a tenere insieme, a stabilire una rete tra chi, per le più varie ragioni, ha dovuto o ha scelto, di lasciare i luoghi delle sue radici, della sua infanzia per recarsi “nel mondo” ha suscitato sempre in me una grande suggestione e un sentimento di nostalgia, tenerezza.
Quei vecchi filmati che tuttora vengono riprodotti in televisione, dove si vedono navi stracariche di donne, uomini, bambini e povertà, riescono sistematicamente a commuovermi fino alle lacrime.
Immagino la pluralità di storie e di motivazioni che stanno dietro a ogni viaggiatore e la sofferenza per ognuno di essi del distacco dai propri cari.
Tutte le partenze hanno un minimo comun denominatore: la povertà e l’assenza di lavoro in patria.
Perciò, mi piace pensare a quante di quelle valigie di cartone siano diventate di pelle di qualità, a quanti di quegli stracci indossati durante il primo viaggio, che appariva irrimediabilmente di sola andata, siano diventati eleganti abiti di fine sartoria.
Perché la storia dei nostri migranti è anche un racconto di emancipazione, di riscatto sociale, di capacità professionali importanti che hanno contribuito decisamente a modernizzare altri Paesi “nel mondo”.
Questa mia sensibilità sulla problematica dell’emigrazione, il fascino che essa ha sempre esercitato su di me deriva dal fatto che la storia della mia famiglia è connotata da tante partenze nel dopoguerra: su quelle navi debordanti di donne e uomini ci sono stati i miei nonni e i miei zii.
E mi è difficile dimenticare quella apprensione interiore che ho provato negli anni più teneri della mia vita, allorquando mi ritrovavo frequentemente a congetturare con paura l’eventualità che, per necessità, anche mio padre dovesse intraprendere la strada dell’emigrazione: decisione che, peraltro, non è stata mai all’ordine del giorno per i miei genitori.
In particolare sono cresciuto coltivando un mito malinconico, riferito a un fratello del mio papà che, per trovare un lavoro, nel dopoguerra partì per l’Argentina e lì è rimasto fino alla morte, creandosi una famiglia che io non ho mai conosciuto.
Con fare distratto, dissimulando il mio turbamento, ho fatto sempre tante domande a mio padre su questo suo fratello.
Arrivai a immaginarlo nella mia mente come un eroe sfigato, fino a quando, dopo circa trent’anni di assenza dall’Italia, non venne a trovarci per una breve vacanza.
Scoprii, invece, una persona solare, simpatica, affezionato a noi, anche se eravamo essenzialmente degli sconosciuti.
Mi piaceva ascoltarlo in quel suo italiano imperfetto e impastato di spagnolo e lo ammiravo come si farebbe nel trovarsi al cospetto di un grande e famoso artista.
Da quel momento, però, scomparve quello stato d’animo malinconico e triste che mi stringeva lo stomaco ogniqualvolta lo pensavo.
Dopo alcuni anni morì in Argentina, lasciandoci in quel paese dei cugini che non ho mai incontrato e con i quali, grazie a Facebook, abbiamo imparato, solo di recente, a scambiarci piccole frasi e gli auguri di rito in coincidenza di anniversari e giorni di festa; scrivendo loro in spagnolo e io in italiano.
Oggi, anche se il fenomeno dell’emigrazione è diventato ancora più diffuso, non porta con sé grandi turbamenti: si va via spesso per realizzarsi, per intraprendere percorsi di studio e di ricerca, e spesso si ritorna; ma comunque sono tanti e così efficaci i sistemi di comunicazione che non si perdono i contatti e sembra quasi che gli allontanamenti non siano tali. Anche per questo lo strumento dell’Associazione è utile e vivo e contribuisce a creare una rete di umanità e di ricordi.