La leggenda dei due leoni della Cattedrale di San Matteo

di  Daniele Magliano pubblicato da “Salerno News24” Si racconta che, tanti e tanti secoli fa, la città di Salerno custodisse gelosamente, all’interno della sua Cattedrale, numerosi oggetti preziosi che suscitavano l’avidità incontrollata di pirati e saraceni che di frequente saccheggiavano le città delle coste del sud Italia. Nel corso di una di queste scorribande, i saraceni riuscirono a entrare in città superando le mura urbiche, in uno scontro armato contro il popolo salernitano pronto a difendere fino alla morte il proprio territorio. Appena entrati in città, gli invasori si diressero verso il tesoro del Duomo senza riuscire in alcun modo a varcare la porta d’ingresso. Al loro arrivo, infatti, le due statue poste ai lati della stessa, due leoni, si animarono miracolosamente per accanirsi contro i saraceni, divorandoli e riducendoli a brandelli. Il tesoro, dunque fu salvo grazie al miracolo compiuto dal Santo Patrono di Salerno: San Matteo. Il Capoluogo da quel momento in poi, grazie anche alla protezione del Santo, non fu mai più assalito dai pirati.  Questa bella leggenda vede protagonista uno dei luoghi storici più importanti dalla città, la cattedrale, la quale conserva ancora oggi al suo ingresso i due leoni della suddetta storia. Si tratta, nello specifico, di due leoni, uno sulla destra della soglia e una leonessa sulla sinistra.

Descritti con minuzia dallo storico Antonio Braca, i due elementi scultorei d’ingresso risultano realizzati con certa probabilità in un periodo di poco successivo alla realizzazione della Cattedrale stessa. Sono datati al 1084 (data d’inaugurazione del Duomo), invece,  gli elementi marmorei di alto impatto artistico presenti all’interno della Cattedrale, come la coppia di leoncini posizionati su un pilastro settentrionale, un elemento decorativo a forma di leone posto nel sottarco del pilastro del primo valico settentrionale, i due braccioli a forma di leoni che caratterizzano la cattedra di Gregorio VII o, ancora,  i due leoncini laterali posti all’ingresso della chiesa, la così detta “porta di bronzo”, tutti elementi che risentono dell’influsso artistico bizantino presenti nell’area pugliese.

La porta d’ingresso al quadriportico, detto anche “Portale dei leoni”, si raggiunge attraverso una doppia scalea realizzata in due fasi: una prima fase sotto l’episcopato di Gregorio Carafa nella seconda metà del XVII secolo, e una fase successiva sotto Sanchez de Luna (1759-83).

La doppia scalea sostituisce una precedente grande scalinata a forma di semicerchio costituita da 12 scalini, ben descritta dall’arc. Marsilio Colonna nel 1580. I due leoni, che si poggiano sui resti di altre due sculture, le cui tracce sono riscontrabili nelle zampe, ripropongono gli ingressi di altri portali di chiese realizzate in quell’epoca nel nord-Italia. Secondo Arturo Carucci, i leoni d’ingresso sono, da un lato, simbolo araldico della famiglia degli Altavilla alla quale apparteneva Roberto il Guiscardo, ma nel caso del portale in oggetto, gli stessi erano una metafora visiva della potenza di Dio. Altri storici, ancora, sostengono che le statue simboleggiano la difesa dello spazio sacro. Il loro distinguo sessuale è ben evidenziato dal fatto che una scultura presenta un cucciolo di leone che succhia il latte dalla mammella. Nonostante i danni del tempo e degli agenti atmosferici, si possono ben notare molte particolarità anatomiche degli animali, dalla criniera alle costole ben evidenziate. I corpi scultorei risultano, inoltre, simmetrici e di uguale grandezza, realizzati all’interno di un ipotetico triangolo rettangolo con l’angolo retto posto in basso.

Sul portale si può notare un elegante architrave, molto probabilmente d’epoca romana riutilizzato nel quale è inserita una scritta “Dux et Jordan dignus princeps capuanus regnent eternum cum gente colente Salernum”. Tale descrizione, per la storiografia tradizionale ricorda la pace nel campo normanno, ottenuta tra Roberto il Guiscardo e Giordano di Capua. Ma dalle recenti indagini storiche col nome “Dux” si individua non Roberto ma Gugliemo D’Altavilla e con “Jordan” lo zio Giordano di Capua. Dunque, in definiva, la cronologia dell’epigrafe riporta una più precisa datazione dei due leoni d’ingresso molto probabilmente risalenti al terzo decennio del XII secolo.

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