Tutto qui… di Maurizio Pintore

Ricordo simpatico, in chiave nostalgico ironica di un amico di gioventù, salernitano , poi emigrato in America latina dove cambiò la sua vita…


Estratto dal capitolo “Personaggi” del libro “Tutto qui…” di Maurizio Pintore* (Print-Art Edizioni-Nocera Inferiore) i proventi del libro sono destinati alla “Mensa dei poveri” di Salerno)


Enzo Trabucco, alias “termogiacchetta”

La vita è fatta di opportunità, treni che passano avanti e su cui sale solo chi ha nell’anima la voglia di non restare sulla panchina…

Enzo Trabucco, alias “termogiacchetta”, ha una collocazione sui generis nei ricordi degli amici di Torrione anni settanta e un po’ meno ottanta. Esempio nostrano di “Self made man“, potrebbe essere una sintesi della sua persona, qualcosa oltre mi suggerisce la lucidità figlia del tempo. Enzo era nato adulto, uomo. Penso avesse saltato l’adolescenza. Chiunque sbirciasse all’epoca il gruppetto di noi amici parcheggiati davanti al “Bar Tuo”, inquadrava Enzo come nostro zio o qualcosa di simile. Al centro, distinto, serio, silenzioso, immobile con movimenti e gestualità non dati al caso. Sigaretta perenne fra le dita, fumata con ritualità e stile degno di Humphrey Bogart, anche per lo sguardo un po’ sottecchi, a contenere il riverbero del fumo e osservare con distacco noi amici troppo “coglionazzi” per lui. Comunque, l’elemento “clou” della sua figura era la “termogiacchetta”. Giacca di velluto nero, due bottoni ma sempre aperta, in genere su camicia azzurra chiara, decisamente senza cravatta. Indossata in pratica dodici mesi l’anno a prescindere dalla stagione, clima, bizzarrie metereologiche. Da qui appunto la nostra definizione di “termogiacchetta”. Penso la lavasse solo di notte per tenerla pronta la mattina. L’onnipresenza del capo di vestiario in oggetto, ritengo fosse sancita bene dalla risposta costante che Enzo dava quando gli si chiedevano chiarimenti in merito: “ Tengo chesta, una comma a chesta e se nun fosse pe chesta, nun ne tenesse chiù!” Secondogenito di tre fratelli maschi, di una famiglia sinceramente umile, ma altamente perbene. Enzo ci descriveva la vergogna che provava quando, tornando a casa la mattina verso le 5, dopo una“Serata brava” con noi, incrociando sull’uscio di casa, lo sguardo del padre muratore che andava a lavorare, fissandolo negli occhi gli sentenziava con sdegno: ”miettetenne  scuorno!”. Mi è ancora viva della sua personalità, la dignità e discrezione che aveva in ogni situazione. Noi amici ci guardavamo negli occhi con intesa complice, poi qualcuno s’inventava una scusa per offrire, quando alla proposta di andare in pizzeria, Enzo tentava di declinare l‘invito con un: ”scusate non vengo, sono gonfio, non ho digerito a pranzo”. Inutile dire che si buttava a capofitto in qualsiasi lavoro, si arrangiava in tutti i modi. Questo fino alla svolta fatidica. La vita, classicamente è in balia del caso. L’occasione che dette una sterzata determinate al suo destino, fu il ritorno a Salerno dei suoi parenti emigrati nel Venezuela. Dopo una breve permanenza dei cugini venezuelani, di cui ricordo uno che faceva impazzire le nostre amiche per come ballava, tornò con loro in sud America per ricambiare quella che sarebbe dovuta essere una breve vacanza. In pratica non vedemmo Enzo per almeno quattro o cinque anni. I fratelli ci raccontarono che dopo una discreta gavetta e vari lavoretti, aveva “sfondato” entrando in un giro di compagnie petrolifere per le quali curava mediazioni e contratti. In pratica, aveva come suol dirsi, “fatto i soldi “. Un giorno venimmo a sapere del suo arrivo a Salerno per visita ai genitori. Lo aspettammo con emozione e curiosità quasi tornasse dalla luna. Fu un remake calorosissimo. Lui eccitato, voleva comprare mezza Salerno, ma non aveva boria. Era quello di sempre. La novità divertente era l’inserimento nel nostro dialetto, di qualche inflessione o parola spagnola che gli scappava. Con semplicità ci faceva solo capire che voleva per la sua famiglia e per lui, ripagarsi di tanti sacrifici e recuperare qualcosa di tante e tante privazioni. Prima che ritornasse in sud America, riunimmo i fedelissimi e cazzeggiammo un po’ in giro. Offriva sempre lui. Io lo guardavo divertito e osservando il turnover della variegata serie di giacche alla moda, pensavo alla sua “termogiacchetta”, a quando incontrandolo dopo pranzo fermo al Bar Tuo”, mi diceva giocando con una moneta da cinquanta lire fra le dita:

 “ Si tieni n’ata cinquanta lire tu, ci pigliammo na tazza e cafè in due”

*Maurizio Pintore Medico

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